La solitudine non morde.
La solitudine non morde.

La solitudine non morde.

15 giugno, 34 gradi, non si muove un filo d’aria: cominciamo bene. Chi sa quanto io adori (modo ironia= ON) il caldo e l’estate può immaginare che oggi le mie energie siano bassine. Ma tant’è. Sarà quest’atmosfera, che mi riporta alla mente ricordi d’infanzia, la causa di una riflessione che si è intrufolata or ora nei meandri del mio accaldato cervello.

Quando ero più giovane, e nemmeno di tanto (quel “più” ci ho pensato un po’ prima di scriverlo, n.d.A.), una delle mie ossessioni più grandi era quella di restare solo.

Forse per un senso di continuità con quella giovinezza spensierata che non vogliamo abbandonare, forse (anzi, sicuramente) condizionato anche dal bombardamento mediatico che ci dipinge come vincenti e realizzati quando siamo circondati di persone con le quali riempire ogni momento della nostra giornata, in combriccole da sit-com talmente unite e assidue da finire per diluire in esse ogni avvenimento della vita, non avrei mai potuto immaginare la mia vita senza una “compagnia” di amici.

Del resto, lo dico a parziale giustificazione di ciò, la mia compagnia storica fu uno degli elementi chiave che caratterizzò una delle parti più belle e piene della mia vita, soprattutto dopo un’infanzia in cui – fatalmente – ogni estate il mio condominio si svuotava perché c’era chi aveva la casa al mare, chi se ne andava al paesello… e io, salvo quando eravamo noi in vacanza, rimanevo un lungo tempo solo ad annoiarmi, senza nessuno con cui giocare (l’estate mi ha sempre trattato bene, eh?), per quanto già da piccolo mi distinguessi in quanto a fantasia e capacità di inventarmi tutto un mondo entusiasmante, anche da solo. Mi chiedo perché, in seguito, mi sia dimenticato di avere questa dote.

Comunque, fortunatamente, negli anni successivi questa tendenza cambiò, in modo piuttosto radicale devo dire, come per legge del contrappasso di dantesca memoria.

A Udine, dai miei 18 anni fino almeno ai 30, non c’era sera in cui non uscissi: mi fermava solo la febbre, ma doveva essere alta, altrimenti uscivo lo stesso. Ci eravamo trovati tra personaggi stravaganti e creativi, ognuno nel proprio ambito: avevamo un modo tutto nostro di approcciarci alla vita, ci divertivamo davvero con poco e ci rendevamo protagonisti di zingarate alla “Amici Miei” di non poco conto (ne parlerò). Quando andava male rientravo a casa alle 2, in una serata normale tra le 3 e le 4, in una serata bomba si terminava all’alba od oltre. Amati dagli eccentrici e sbeffeggiati dai conformisti, eravamo in grado ogni notte – OGNI notte – di dare un senso alla scarna offerta udinese, della quale ci lamentavamo forse più per vezzo che per altro, perché noi, da parte nostra, ci divertivamo un sacco. Quando ci rivediamo, ormai a cadenza biennale – no buono! – è come se ci fossimo congedati la sera prima, e questo non ha prezzo. Come in “Amici Miei”, con i protagonisti ad ogni film più anziani meno giovani, lo spirito è rimasto lo stesso, come pure le battute e le idiosincrasie di ognuno di noi, e ciò fa in modo che ogni mia ripartenza sia più amara del dovuto.

Poi venne Mallorca: i primi mesi furono un vortice travolgente di novità e conoscenze. Grazie al mio lavoro nel settore della musica e della radio, in poco tempo conobbi tutti i protagonisti del settore e tutto quell’universo variopinto che punteggia il mondo della notte come una pioggia di coriandoli: seppure i rapporti fossero, naturalmente, meno profondi rispetto a quelli che avevo a Udine, mi sentivo a mio agio in mezzo a tante persone che, complice il carattere aperto e solare degli spagnoli, mi invitavano a uscire e a condividere con loro serate, nottate, mattinate e chi più ne ha, più ne metta. Dopo due anni conobbi Alicia, con cui ebbi la storia più lunga della mia vita – 4 anni – e grazie a lei ebbi anche a Mallorca una compagnia stabile: in realtà conoscevo già di vista queste persone grazie al famoso variegato mondo notturno, ma in funzione della nostra relazione, anche l’amicizia con loro divenne più profonda e fu così che conquistai, anche in terra straniera, quella sicurezza di rapporti assidui e fraterni, per di più con persone del posto (cerco sempre di mescolarmi, non mi piace fare lo straniero fra stranieri), che mi fece sentire nuovamente coccolato e protetto, “a casa”.

Furono anni bellissimi, che proseguirono anche quando la relazione fra me e Alicia finì: ci legava (e ci lega) comunque una profonda amicizia e stima personale, per cui, seppure non fossimo più una coppia, continuammo a frequentare la nostra compagnia di amici come se nulla fosse accaduto.

Ma la vita a volte prende strade inaspettate e, improvvisamente, mi ritrovai costretto, pensando dapprima che si trattasse di un breve periodo (alla fine furono, a salti, 5 anni), ad andare a lavorare nella ristorazione, il che significa: le sere e i fine settimana te li dimentichi; lavori quando gli altri sono liberi, sei libero quando gli altri lavorano.

Risultato? Mi ritrovai da solo, come sempre avevo temuto. Per lunghi anni potei vedere i miei amici al massimo tre volte l’anno, quando una festa comandata o un’eccezione particolare lo consentivano.

Eravamo agli inizi dell’epoca in cui le connessioni Internet rendevano possibile scambiarsi files di grosse dimensioni a livello globale, per cui la mia attività di speaker professionista in telelavoro (si dice “Voice Over Artist”, antico!) non era così avviata da permettermi, a differenza di oggi, di vivere solo con essa. Gli ordini erano pochi e le mie giornate erano scandite così: sveglia non prima delle 9 (nella ristorazione si finisce tardi), mattinata pervasa da noia profonda e sentimento di inutilità cosmica, siesta di almeno un’ora e mezza, sveglia con malumore e abbattimento, in progressivo crescendo man mano che si avvicinava l’ora di inforcare lo scooter e recarmi in quel luogo che costituiva lo scenario del mio castigo divino, per un’altra dose di olio di ricino esistenziale, facendo ciò che meno amo fare di sera (lavorare), nel settore che meno amo in assoluto (se non come cliente), forzato a sopportare gente spesso brusca e maleducata, che riversa su chi è dietro un banco le proprie frustrazioni. E tutto ciò lontano dai miei amici. Mi sembrava di vivere la mia vita da dietro una vetrina, con le mani e la faccia appoggiate al freddo vetro, vedendo ciò che succedeva (grazie ai social networks) ma non potendo parteciparvi. Ero caduto in depressione.

Un costante senso di fallimento e inadeguatezza mi pervadeva, con la mia attività che cresceva a ritmi troppo lenti per potermi liberare dal giogo in tempi ragionevoli, gli anni che passavano e io che mi sentivo solo e “impantanato” in un Paese straniero dove, tolti i miei amici che non potevo vedere, non avevo altro: una famiglia, niente… solo i miei gatti.

Cominciai a desiderare la fuga: volevo prendere mici e bagagli e tornare a Udine per infilarmi sotto l’ala protettrice dei miei genitori e ricominciare là, poco a poco, senza un affitto da pagare ma nemmeno, di conseguenza, un lavoro in ristorazione per trovare i soldi per pagarlo. Non vedendo la luce in fondo al tunnel, volevo semplicemente scappare, gettare le armi, arrendermi: per fare una vita di merda, mi dicevo, tanto vale farla a casa mia.

Ero talmente negativo da non capire che, spesso, la vita ti obbliga a cambiare situazioni ed abitudini, a rinunciare temporaneamente a ciò che ti faceva felice fino a poco prima, ma che semplicemente non è fattibile nella nuova situazione; ma ciò non significa che questa nuova situazione non ti permetta di prendere abitudini nuove, frequentare persone nuove in orari diversi, insomma… vivere: diversamente, ma continuare a vivere. Mi ero talmente fissato nel volere a tutti i costi che tutto tornasse come prima, che non riuscivo a vivere ed apprezzare il presente che, ironicamente, mi stava mettendo sotto gli occhi situazioni nuove, altrettanto divertenti e di valore.

Grazie a Eva che ci lavorava, avevo iniziato a frequentare un ristorante italiano in centro a Palma, attorno al quale si era formata un’allegra combriccola di connazionali di tutte le parti d’Italia: alcuni già li conoscevo, alcuni li ho conosciuti lì; continuo ad avere un buon rapporto con tutti: non ho litigato con nessuno, ma non ho nemmeno coltivato quelle amicizie come avrebbero meritato e me ne rammarico. Non stavo sufficientemente bene con me stesso per capire che, semplicemente, la vita aveva preso un’altra piega e me la dovevo godere, valorizzando quelle persone che il caso mi aveva offerto. Chiedo loro perdono, se stanno leggendo questo articolo.

Frequentavo quel posto, per un periodo anche assiduamente (era ancora aperto quando il locale dove lavoravo chiudeva, ed era di strada verso casa mia), ma superficialmente: ridevamo, scherzavamo, ci ubriacavamo (io in particolare lo facevo perché quella mi sembrava l’unica finestra di euforia in mezzo al pantano della mia vita) ma poi io tornavo nel mio buco maledicendo l’inizio di una nuova giornata all’insegna di noia, crescendo di angoscia e castigo finale.

Cose della vita, anche quel locale chiuse: fu venduto, e a me non rimaneva più nemmeno quello… ma nel frattempo il mio lavoro era nettamente migliorato, di lì a poco potei lasciare la ristorazione e, quando ebbi l’opportunità di far tornare tutto come prima, mi accorsi che in fondo non avevo voglia di uscire “a tutti i costi”. Il mio cervello era stanco dopo tanto lavoro, avevo bisogno di relax e spesso era preferibile una bella serata sul divano a guardare un documentario, una serie, o leggere qualcosa, piuttosto che uscire.

Tanti anni passati ad anelare il “gregge protettore” per poi capire, tutt’a un tratto, che non ne avevo bisogno.

Avevo fatto pace con me stesso, mi sentivo finalmente di nuovo forte e, d’improvviso, avevo restituito all’amicizia il valore puro che ha: quello della relazione fra persone che possono non vedersi per lungo tempo, ma che appena si rivedono è come se si fossero lasciate il giorno prima; un rapporto non di dipendenza ma di vera e propria stima e fiducia reciproca, che non cambia di un apice nemmeno quando le rispettive vite ed esigenze del momento ti tengono lontano.

Da allora sono molte di più le serate in cui rimango a casa a passare del tempo con me stesso: a leggere, a scrivere (come sto facendo adesso in terrazza con una birretta), a guardare qualche documentario o canale Youtube interessante (Eva ha la colpa di avermi fatto conoscere Yari Ghidone: è una droga! …e tra l’altro è una persona che di solitudine “cercata” ne sa a fiumi; scriverò anche su di lui e spero di averlo ospite un giorno).

E per esteso: sono sempre di più le giornate in cui decido di prendere lo scooter e farmi un bel giro da solo, o uscire di casa con le mie scarpe da trekking e fare chilometri da solo… e sono sempre di più i viaggi e le vacanze che immagino di fare, magari anche in compagnia, ma soprattutto da solo. E sogno di vivere in montagna, il mio luogo dell’anima, in una casa o baita isolata, potendo ricongiungermi con l’umanità solo quando lo dico io. O di comprarmi un camper come Yari e, se non proprio viverci in pianta stabile (con tutti questi gatti è dura!), starmene in giro un mese intero… o due mesi, tre, quattro… con il mio microfono, il mio laptop e una connessione a Internet per lavorare e, contemporaneamente, visitare tanti posti e godermeli a modo mio e con i miei ritmi… per poi approdare ogni tanto a Udine, a Palma, e avere tante cose da raccontare di persona ai miei amici, che saranno felici di vedermi così felice.

L’odiata solitudine mi ha insegnato ad amare la solitudine: il problema non era lei, ero io… e ringrazio la vita, che non mi ha permesso di scappare finché non ho saputo rimettere tutte le cose al giusto posto.

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[…] ho avuto modo di accennare in un articolo precedente, qualche anno fa cominciai a sentire il bisogno di lasciare Mallorca e tornare alle mie latitudini […]

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