Ode al “paese”.
Ode al “paese”.

Ode al “paese”.

L’articolo che sto scrivendo ha una doppia funzione: risolvere (a mio favore) un conflitto che ha caratterizzato tutta la mia giovinezza e, nondimeno, offrire una visione capovolta (e, credo, giusta) a un concetto che ha caratterizzato gli ultimi decenni.

Premessa: forse potrei essere considerato un campanilista: magari anche lo sono. Non è un segreto, infatti, che ho sempre amato Udine e il Friuli molto intensamente; nessuno è mai riuscito a farmi cambiare idea. Ho sempre considerato la mia città e la mia regione luoghi in cui si vive sommamente bene, al netto di quello che è l’Italia e la sua folle mentalità nonché gestione.

Ho voluto anche fare altre esperienze e ne ho ampiamente beneficiato a livello personale; non rinnego i miei 15 anni a Mallorca, perché mi hanno reso la persona che sono. Ho vissuto in un ambiente estremamente competitivo che mi ha costretto a tirare fuori i coglioni. E adesso che non riesco più a rimetterli dentro, è ovvio che ringrazio la mia esperienza: ho dimostrato, soprattutto a me stesso, che ho una forza che pochi altri possono vantare; senza scendere in dettagli: ho visto cose che voi umani… e le ho dribblate da solo, senza aiuti esterni. Perché essere falsamente modesti?

Però, alla fine: cos’è che mi rende davvero felice?

Ogni volta che torno a Udine il mio volto si riaccende, sento tornare nel mio corpo un’energia che a Palma, dove ho comunque casa e amici, non ho.

Ma, il punto è, che credo che non sia solo un fatto personale: non è solo per il fatto che io ami la mia città che tutto diventa di colore rosa quando sono qui. Credo che la ragione sia intrinseca al carattere di Udine e del Friuli. Sono posti particolari, c’è poco da dire. Il carattere e la forza che sottendono questo luogo sono unici e molto palesi. Nessuno resta indifferente ad essi: qualcuno li odia, qualcuno li ama. Io li amo.

La critica che sento sempre rivolgere a Udine, con malcelato disprezzo, è che “è un grande paese”.

Quando avevo 20 anni ne soffrivo molto: già allora non mi dispiaceva questa dimensione, questa mentalità, e non capivo perché in tanti, per darsi arie metropolitane, disprezzassero il fatto che a Udine certe consuetudini, certe mentalità e mode, non attecchissero del tutto. Non capivo perché il fatto di essere “un paese” fosse un male rispetto a essere “una città”. In fondo, tornavo a casa felice ogni sera e, per me che sono una persona molto semplice, questo rappresenta semplicemente l’essenza della vita: un altro giorno se n’è andato e io sono stato felice. Da cosa è data questa felicità? Dal fatto che, dovunque io vada, mi sento tra amici; dal fatto che, anche se sto via 6 mesi, quando torno è come se non fossi mai andato via. Dal fatto che ogni via, ogni locale, ogni cubetto di porfido è “mio” e mi fa sentire sicuro, accolto, amato e coinvolto anche da persone che non conosco. Mi piace un casino questa sensazione… poi inevitabilmente arriva quello che, con la sua puzza sotto il naso, dice che è una modalità “da paese”. E confesso che, nei decenni anteriori, molto spesso mi sono sentito “sbagliato” perché semplicemente stavo bene nel mio mondo e non condividevo (ma direttamente non capivo) questa visione secondo la quale essere “di paese” dovrebbe per forza essere qualcosa di brutto, di sminuente.

Fermo restando che una città che, da nord a sud, misura quasi 20 km, per caratteristiche intrinseche già di per sé non è un paese, c’è sempre stato qualcosa che strideva in me per questo incasellamento.

Nel 2008 succede che la vita e la mia voglia di fare nuove esperienze mi portano a Palma de Mallorca: una città di quasi 500.000 abitanti, nella quale mi trovo istintivamente a mio agio perché, nonostante sia turistica, riesce a mantenere abbastanza ben separate le realtà dei residenti e dei turisti: mi ritrovo in un posto amichevole, con prezzi normali, senza particolari tensioni, che mi offre un’esperienza diversa ma, se vogliamo, di tipo “udinese”: gente genuina, sincera, magari in certi aspetti un po’ chiusa, ma che se sai conquistarti ti tira dentro e ti accetta senza problemi e senza coltellate alle spalle.

Questo vale fino al 2014, anno in cui, per una serie di circostanze che si allineano, Palma (e Mallorca in generale) fanno l’enorme errore di cominciare a “svendersi” al miglior offerente: gli affitti iniziano a crescere fino a diventare proibitivi, e con essi le condizioni che ti chiedono per poter affittare una casa… nel senso che, anche se hai soldi, non e così scontato il fatto che tu possa accedere a un banale appartamento in affitto. Il mercato si rivolta contro gli stessi maiorchini, i quali, se per sfiga i loro genitori, non intuendo quello che stava per succedete, avevano venduto un appartamento di loro proprietà, si ritrovano a non poter affittare niente: le condizioni sono proibitive. Gente di 50-60-70 anni che vive, come universitari, in cinque in un appartamento da 2000€ al mese di affitto, dovendo fare i turni per le pulizie etc. etc… una condizione che io considero, oltre che un regresso nella qualità di vita, semplicemente incompatibile con le esigenze di persone che hanno passato tutta la loro vita  a lavorare e pagare tasse.

Per non parlare del centro storico, ormai completamente svuotato di abitanti fissi: tutto è solo AirBnb a prezzi folli; anche i quartieri fuori dal centro sono diventati un parco tematico per turisti che rendono la vita impossibile ai pochi residenti storici rimasti; paradossalmente, anche i “nuovi residenti” che hanno pagato 1 milione di euro per una casetta fatiscente che solo 10 anni fa sarebbe valsa meno di 80.000€ si lamentano del fatto che non possono dormire per le troppe feste che si organizzano negli appartamenti in affitto turistico.

Per non parlare del commercio: ormai trovi solo franchising, gli unici che possono pagare affitti impossibili; nei locali nessuno ti conosce, nessuno sa chi sei, tutto è calibrato solo per il turista e a te, che vivi 365 giorni all’anno nel posto, rimane solo qualche locale di quartiere che durerà finché non arriverà il fondo di investimento che offrirà una cifra “che non si può rifiutare” per accaparrarsi i loro locali e ampliare il raggio di ciò che può generare business.

Questo succede in maniera esasperata in una città come Palma che ormai dipende solo dal turismo; succede anche in altre città che stanno iniziando ad entrare in questa dinamica ma che, miopemente, non sono capaci di rendersi conto della fine che stanno per fare; non succede a Udine, città che, per fortuna, continua ad essere “nostra”. Le strade sono nostre, i locali sono nostri, la gente è la nostra, i saluti per strada sono i nostri, le serate che si vengono a creare sono le nostre… anche i “forestieri” che arrivano in città vengono visti simpaticamente, senza rabbia: vengono inclusi nelle conversazioni e nelle cerchie perché sono amici, non “invasori”; non sono quelli che, almeno per adesso, ci porteranno via le case destinate alle generazioni future di udinesi e snatureranno il nostro centro facendoci sentire anonimi e quasi indesiderati.

Adesso, alla soglia dei 50 anni, capisco l’enorme valore di essere, sprezzantemente, considerati un “paese”: quello che vedo io è un posto dove ancora si vive bene e ci si sente a casa.

Se “essere una città” significa mettersi a 90 e pagare 1200€ quello che ne vale 400, preferisco essere un paese.

Se “essere una città” significa farsi svenare ogni volta che si esce, allora preferisco essere un paese.

Se “essere una città” significa che per strada non mi riconosce più nessuno, preferisco essere un paese.

Sfatiamo questo mito secondo il quale avere una dimensione tendente al paese significa essere “un gradino sotto”: alla soglia dei 50 anni e dopo una intensa, onorata e certificabile esperienza in una che universalmente è considerata “città”, nella quale però, anche dopo 15 anni, invece di sentirmi come una rana nello stagno, fatico a sentirmi di casa, ritrovandomi ad avere ogni sera la voglia di rintanarmi in casa perché mi sembra una perdita di tempo uscire per sentirmi un numero invece che una persona del luogo… posso dire che c’è decisamente qualcosa che non va in questa percezione.

Ogni volta che torno a Udine, nella sua dimensione di vituperato “paese”, che però mi fa sentire ogni centimetro quadrato come fottutamente MIO, sono felice; nella blasonata città mi sento ogni giorno più fuori posto. Godetevi quei posti senz’anima, vivendo nei quali credete di essere più fighi: io non penso proprio che sia quella la strada da seguire.

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